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Verità a posteriori (un altro senso del post-truth)


Troppe cose da conoscere in troppo poco tempo”, scriveva David Weinberger riferendosi a quella sensazione che accompagna l’uomo sin dall’antichità, ma sembra essersi ingigantita a dismisura con l’arrivo di Internet (come ricorda Mario Pireddu)

Alcuni dati:
  • il 90% delle informazioni prodotte dall’uomo nel corso della storia è stato generato negli ultimi 2 anni
  • il 10% di tutti gli esseri umani nati sono in vita in questo stesso momento.
Crescita della popolazione mondiale nel tempo (Wikipedia)

  • la nostra soglia di attenzione è scesa a 8 secondi (diminuendo di un terzo in soli 15 anni), inferiore a quella dei pesci rossi. E va diminuendo ancora.


Vi diranno che è colpa di internet, dello smartphone, di facebook, twitter e del multitasking...
No, è la causa è la crescita esponenziale del numero di umani (che ha aumentato a dismisura la quantità di informazione) e della velocità dei mezzi di mobilità e comunicazione (che hanno aumentato il nostro avere a che fare con essa). 

Immersi in tutto questo sapere, abbiamo bisogno di conoscerlo, processarlo, farci una mappa del mondo (come sempre) per sopravvivere.
Allora se l’informazione cresce, c’è solo un modo per stargli dietro, velocizzare il nostro modo di processarla. Ed è quello che stiamo facendo, riducendo il tempo che ci serve per valutarla.

Ma è qui che avviene un sorpasso qualitativo, non solo quantitativo (come direbbe Hegel? mutamenti puramente quantitativi si risolvono a un certo punto in differenze qualitative).

In pochi secondi non siamo in grado di valutare tutte le proprietà del messaggio che ci raggiunge, ad esempio se è vero o falso, ma non importa, per ora: quello che possiamo e ci serve fare, per districarci nel caos delle informazioni, è PER PRIMA COSA solo stabilire SE CI INTERESSA e ORA. 

Questo è tutto quello che facciamo nei pochi secondi di attenzione che diamo a ogni stimolo che ci raggiunge, la prima domanda a cui rispondere.
Se la risposta è sì, allora procediamo con la scansione dell’informazione e dunque ne valuteremo poi anche altre caratteristiche ad esempio la verità, l’attendibilità, la bontà o meno.
Se rispondiamo no, non c’è nemmeno bisogno di sprecare il tempo per vedere se è vera o meno.
Se anche ci interessa, ma non ORA, la lasciamo correre perché sappiamo che il digitale ha una tale capacità di memoria e acquisizione di informazione aggiornata che mi fornirà quando vorrò, non ha senso perdere tempo a valutarla ora (nello studio sui tempi di attenzione, il campione rivelava tra l'altro che chi viene bombardato dalle informazioni dei social media è in grado di individuare meglio degli altri che cosa vuole o non vuole memorizzare).

Ecco quindi perché il criterio di verità, così primario nell’era della scrittura, diventa secondario nel digitale: non che non sia importante, ma è una necessità che viene dopo, una verifica che faccio successivamente.
Prima, per ottimizzare il tempo in mezzo a questa enorme congerie di dati e sapere, meglio che selezioni secondo un criterio di efficacia

Mi piace giocare pensando che la locuzione post-truth (di cui oggi si parla tanto) sia più interessante di quanto non dica, ovvero stia soprattutto per “verità a posteriori”: cioè la verifico dopo la verità, prima ne valuto l’efficacia del ‘se mi serve qui e ora’.

Del resto, la definizione di "a posteriori" sembra proprio parlare di conoscenza, valore, efficacia :)

‹a posteri̯òri› locuz. lat. mediev. («da ciò che è posteriore») per indicare ogni conoscenza che dipende o proviene dall’esperienza. Giudicare, affermare a posteriori, dopo avere già preso conoscenza dello stato di una cosa o degli effetti che se ne sono avuti.

Trump, primo presidente dell'era post-letteraria

Un commento all'interessante articolo di Joe Weisenthal

Joe Weisenthal è uno che ha letto Walter Ong, e se hai letto Ong non puoi cadere sulla storia delle #bufale

Ong era un antropologo del 900, allievo e coetaneo di McLuhan, che parlava di "oralità e alfabetizzazione”. Raccontava come l'invenzione della scrittura ha radicalmente cambiato la coscienza umana. La parola scritta non fu solo un'estensione della parola parlata, ma qualcosa che ha aperto nuovi modi di pensare, qualcosa che ha creato un nuovo mondo.

Una grande differenza, ad esempio, tra il mondo scritto e il mondo orale è che in quest'ultimo non c'è modo per cercare nulla. Prima dell'invenzione della scrittura, la conoscenza esisteva nel tempo presente tra due o più persone. Una volta che l'informazione viene dimenticata dalla memoria di questi, è sparita per sempre. Questo rendeva necessario o per meglio dire faceva sì che le idee che circolavano di più fossero quelle facilmente memorizzabile e ripetibili (si potrebbe andare virali). L'immediatezza del mondo orale non favoriva idee complicate e astratte, che hanno bisogno di essere pensate. Ma preferiva storie memorabili, che si ricordassero facilmente! Ad esempio con la tecnica della rima, dei versi, dei giochi di parole, della ripetizione.

L'età dei social media recupera questo aspetto del mondo orale. Facebook, Twitter, Snapchat e altre piattaforme stanno promuovendo un'economia linguistica che premia idee concise, chiare, memorabili e ripetibili (vale a dire, virali). Per meglio dire: istantaneamente memorabili.

La cultura orale premia la ridondanza, perché quando il pubblico non può tornare indietro e consultare un testo, bisogna assolutamente evitare la distrazione e confusione.
Per questo Joe Weisenthal, che è uno che ha letto Ong e non cade sulla storia delle bufale, e spiega il successo della comunicazione modello Trump, il primo Presidente della nostra era post-letteraria.

Il punto, aggiungo io, è che il digitale (nuova rivoluzione del linguaggio, dopo oralità e scrittura) non è un semplice ritorno all’oralità. E’ vero che in qualcosa gli somiglia, ma è molto molto diverso. Internet è anche uno strumento di memoria ancora più potente della scrittura (google, wikipedia, ecc.): tutto (o quasi, ma molto più che nella scrittura) sta lì, ed è più facilmente accessibile.

Il tempo dell’oralità era ciclico, quello della scrittura lineare, sequenziale, quello dell’era digitale è esploso, a rete, randomico. Il fatto che il digitale rompa con la linearità della scrittura non deve farci credere che stiamo tornando alla ciclicità, perché stiamo facendo un’altra cosa, per niente ciclica ma molto dirompente.

Tutto scorre via veloce e dunque sì, ciò che è memorabile fa presa all’istante. Cattura l’attenzione, consente di attirare per qualche secondo il nostro interesse su una cosa. Ma è solo una chance. Un momento dopo, sarà un’altra cosa memorabile ad attirarmi, dunque se non ti giochi bene la carta in quei pochi secondi, se non riesci a farmi fare un salto di livello, oltre il fuoco d’artificio, allora verrai presto sostituito.
Sul digitale, clicco clicco clicco e scorro centinaia di contenuti, è vero e solo quelli più memorabili si fissano. Ma succede anche che quando mi serve davvero una cosa me la vado a cercare, e la trovo.
Allora non ti basterà più il giochino della rima. “I trump” arriveranno a capire che l’era digitale non solo strizza l’occhio all’oralità da un lato, ma amplifica il potere della memoria dall’altro, e non basterà più (non appena il clamore dei nuovi specchietti per vecchie allodole sarà stato digerito) attirare l’attenzione, bisognerà saperla mantenere, altrimenti tanti nodi si creano e si abbandonano e le connessioni passeranno per nuovi nodi, molto rapidamente. Del resto se “i clinton” restano aggrappati a un tempo lineare, sequenziale, logico, ormai del tutto saltato, non andranno certo più lontano.


Ovvero, dopo Ong è utile rileggere bene Pierre Levy, secondo me.

L'insignificanza, l'ego e internet

Un commento all'interessante articolo di Le Monde
Troller, débattre, se répéter… pourquoi commenter un article en ligne?

Sul web e social (internet 2.0, dove cioè possiamo interagire), non leggiamo per imparare cose nuove, ma per confermare qualcosa che sappiamo già e agganciarci così a questo per dire la nostra.

La correlazione tra ciò che la gente pensa di leggere e che cosa realmente legge è piuttosto bassa (anzi, c’è l’"effetto ritorno di fiamma": se uno riceve la prova che il suo punto di vista è sbagliato, non cambia idea, ma diventa ancora più convinto di quello che credeva).

Leggere qualcosa 2.0 è solo il pretesto per commentare, e serve per lo più a dire al mondo "questo è quello che sono", ottenere il sostegno o l'approvazione del proprio gruppo sociale.
Like, commenti, condivisioni, post sono il vero obiettivo della lettura (non l’informazione, la comprensione, l’apprendere cose nuove): ovvero, modi di adulare il nostro ego.

Perché aggiungo io? siamo uno su 7 miliardi e mezzo!!! e ci sentiamo ovviamente così insignificanti, che se il nostro ego non fa qualcosa si suicida.
Non è colpa di internet, anzi, internet ci mette una pezza, se no stavamo tutti dallo psichiatra.

Post-truth


Post-truth: parola dell'anno 2016 secondo l'Oxford Dictionaries.
L'aggettivo si riferisce o denota circostanze in cui i fatti obiettivi sono meno influenti nel formare l’opinione pubblica degli appelli emotivi e delle convinzioni personali.

Scriveva Pierre Levy in Le Tecnologie dell'intelligenza (1990)

La fine della storia? 
Il tempo puntuale annuncerebbe non la fine dell’avventura umana, ma la sua entrata in un ritmo nuovo che non sarebbe più quello della storia. Si tratta di un ritorno al divenire senza traccia, imprecisabile, delle società senza scrittura? Ma mentre il primo divenire proveniva da una fonte immemorabile, il secondo sembra generarsi da se stesso nell’istante, avviluppandosi dalle simulazioni, dai programmi e dal flusso inesauribile dei dati numerici. Il divenire dell’oralità si pensava immobile, quello dell’informatica lascia intendere che va velocissimo, anche se non si vuol sapere da dove viene né dove va. Esso è la velocità medesima.

Declino della verità
Il sapere informatizzato non e’ rivolto alla conservazione di una società immobile, come nel caso dell’oralità primaria. E neppure finalizzato alla verità, come nei generi canonico dell’ermeneutica nati dalla scrittura. Esso cerca la velocità e la pertinenza dell’esecuzione, e più ancora la rapidità e l’adeguatezza del cambiamento operativo
Sotto il regime dell’oralità primaria, quando non si disponeva quasi di alcuna tecnica di registrazione esterna, il collettivo umano faceva affidamento solo sulla propria memoria.
La società storica fondata sulla scrittura si caratterizzava per una semi-oggettivazione del ricordo, e la conoscenza poteva esser parzialmente disgiunta dall’identità delle persone, quel che ha reso possibile la ricerca di verità sottintesa alla scienza moderna. 
Il sapere informatizzato si allontana tanto dalla memoria o anche
la memoria, informatizzandosi, è oggettivata ad un punto tale che la verità può cessare di essere una questione fondamentale, a profitto dell’operatività e della velocità.  



Lo statuto fluido delle immagini contemporanee

Domenico Dom Barra, DMNC RMX, dombarra.tumblr.com
Commento all'interessante articolo di Vito Campanelli che recensisce “After Photography” di Fred Ritchin.

Vero, il digitale rimescola media e confini e dunque oggi una immagine entra inevitabilmente, volente o no, in un flusso (di modifica, remix, condivisione ecc.) e non può più in alcun modo essere considerata astratta da questo. Non solo perde la sua aurea di unicità in quanto infinitamente replicabile, ma anche l’idea stessa di identità in quanto modificabile a priori, a partire dal suo scatto/concepimento, almeno in quanto possibile (postproduzione).

Verissimo, ma manca un pezzo a mio avviso. Pur immersi come siamo (persone, immagini, opere…) in un contesto così densamente popolato (di persone immagini opere e loro simultanee combinazioni), tale da marcare molto più nettamente che in ogni altro passato (quando i numeri di tutto erano molto più piccoli rispetto allo spazio, e le possibilità di interazioni molto lente, distanti) il proprio stato interconnesso, olistico, “indistinto”… resta pur sempre, in ogni persona immagine opera, quella sua volontà e desiderio narcisistico tenero e vitale insieme di esistere come sé, di distinguersi percepirsi fermarsi ed esprimersi come “unico”.
E in questa tensione sta il fascino di ogni essere vivente, di ogni immagine, di ogni opera. 

Che poi è l’antico contrasto oriente/occidente: oriente= flusso processo ápeiron indefinito indifferenziato divenire / vs occidente = ontologia distinzione volontà identità essere (come perdersi il magistrale François Jullien di "Essere o vivere"?)
Per quanto la fisica, la riproduzione e la tecnologia ci stiano oggi facendo indubbiamente avvicinare e prendere (vivaddio) contatto con un approccio olistico e fluido tipico orientale, io non per questo butterei a mare Aristotele Platone Cartesio Kant… e quella sfida, quell’antico sogno, tracotante eccessivo superbo folle tragico, di elevarsi da una umanità orizzontale e indistinta (col tutto, la natura, gli altri) all’essere Dio. Sapendo bene di sfidare, inutilmente, i limiti e provocare l’hybris, oggi ancora più che in qualunque altra epoca! ché trovarsi in mezzo a 7 miliardi e passa di persone che partoriscono miliardi di miliardi di immagini, parole, senso opere… ci illude sempre meno della nostra unicità e ci ancora, giustamente, al sentirci parte di un tutto. Eppure perché privarsi anche solo dell’unica improbabile probabilità del sogno, dell'immaginazione? Solo perché è irragionevole?

Dunque l’immagine nel mondo postmediale certo entra nel flusso, si perde in esso, non può più dimenticare di esserne parte… eppure, a mio avviso, conserva - anche solo in una infinitesima parte di sé -  quel sogno, aspirazione, pretesa divina di unicità, colta appunto nel fermare quel flusso, fermo immagine.
E in questa tensione di opposti si gioca la vita, l'eros, si gioca l’arte.  

Che cosa sognano gli algoritmi


Che cosa sognano gli algoritmi (da leggere!): una splendida riflessione di Dominique Cardon su come l’uso dei BigData a fini pubblicitari informi le nostre vite.

Il pericolo maggiore non è (tanto) quello che si è soliti sentir dire, cioè di subire intenzionali manipolazioni o censure in nome di interessi commerciali di Apple o Facebook… 

Ma il fatto che, allineando i calcoli sui comportamenti degli internauti e aggiustando le offerte delle aziende in base al profilo utente così delineato, gli algoritmi non fanno che confermare l’esistente, riportando gli individui ai loro comportamenti passati, destinandoli cioè a riprodurre automaticamente la società e se stessi

"Se gli internauti vogliono pensarsi come soggetti autonomi e liberi dalle ingiunzioni dei prescrittori tradizionali, ecco che i calcoli algoritmici li riacciuffano, dal di sotto, per così dire, conformando i loro desideri alla regolarità delle loro pratiche". Come dire, il passato ci ingessa.

Ma questo comportamento non è tipico del passato tout court? Anche di quello senza algoritmi? ;)
Se siete fan di autodeterminazione, serendipità e anarchia e maldigerite gli algoritmi e il passato vincolante, propongo un trucco che valeva ieri, ma che diventerà sempre più indispensabile domani: moltiplicare profili, identità, scelte, contaminazioni, percorsi, passioni, esperienze. Algoritmi siete avvisati: come diceva Pertini “a brigante, brigante e mezzo” ;)

Populismo digitale

Gli errori da non commettere quando si parla di ‪#‎populismodigitale (Francesco Nicodemo
 Populismo digitale

Tutti i nuovi mezzi di comunicazione di massa hanno un inizio populista. La stampa, la radio, il cinema, la tv, internet. E’ ovvio. Sia perché allargano la base dei fruitori rispetto a prima, dunque si fanno più “popolari” (che ancora non è populista, ma può essere una condizione per diventarlo), sia – e qui è il passaggio – perché la classe “intellettuale” che deteneva (conosceva, gestiva, occupava) il mezzo precedente, proprio per mantenere il potere della conoscenza, comunicazione, propaganda, si erge a difesa del vecchio mezzo, denigrando spocchiosamente il nuovo: il vecchio è Cultura, il nuovo è monnezza o al più un giochino scemo. 
La paura di essere detronizzati, la pigrizia di non imparare nuovi linguaggi (dovuta a una posizione di privilegio che, insieme alla fame, spegne la curiosità e la voglia di scoprire, altro che "incessante sforzo creativo"*), diventano snobismo, distanza ed emarginazione verso il nuovo strumento, lasciato così nelle mani di chi (per lo più) era privo di precedenti strumenti culturali, esperienza e regole del sapere (confronto, verifica, analisi, sintesi, ecc.). Così, al nuovo mezzo non resta che iniziare con una fase populista. Ma tranquilli, poi passa. 
Cari intellettuali seduti, ma non ve siete stancati di gridare ogni volta al lupo al lupo ed essere puntualmente smentiti dalla storia e dalla cultura? Non è il mezzo che crea il populismo, siete voi
(*rileggersi Brecht, sulla radio e sul cinema)

Dataismo

Francesco Nicodemo, L'Unità.
"I big data ci danno l’illusione della prevedibilità del comportamento umano, ma quest’ultimo è imprevedibilità, è narrazione, è il frutto di un sillogismo". Dovremmo quindi attendere un terzo illuminismo che ci liberi dalla misurabilità di ogni cosa e ci porti nella narrazione, nell’imprevedibilità. Così Byung-Chul Han, nel saggio Psicopolitica. Il neoliberalismo e le nuove tecniche di potere.

A mio avviso il filosofo coreano prende un abbaglio. I dati non ci danno la possibilità di predire il futuro. Pensare ai big data come a una nuova ideologia, dittatura dei dati, totalitarismo digitale, il “dataismo”, è sì divertente ma completamente lontano sia dalla realtà (di chi si occupa di big data), sia filosoficamente. Perché il nuovo linguaggio digitale non è nato una mattina dalle menti perverse di un dittatore panoptico post moderno. 

Come tutti i linguaggi, l’oralità, la matematica, la scrittura, nasce a causa di una esigenza primaria dell’umanità che, vedendo il mondo cambiare e moltiplicarsi, nelle sua multiformità, tra cui quella della conoscenza, non riesce più a leggerlo, capirlo, interpretarlo, cercare di gestirlo con i precedenti strumenti del sapere. Così ne cerca altri. A un mondo sempre più complesso diventa necessario un linguaggio più complesso che cerchi di comprenderlo o almeno raccontarlo. 

Siamo diventati 7 miliardi e mezzo nel giro di pochi decenni, crescendo con una progressione fino a poco fa inimmaginabile. 
I big data non sono un’ideologia predittiva totalitaria, che sciocchezza! La verità è che arranchiamo così tanto nella comprensione e nel racconto della complessità, da averne un tale sgomento, che il nuovo linguaggio digitale è il compagno creato a nostra immagine e necessità. Di sopravvivenza. Come sempre, del resto. 
E’ lo sforzo tutto umano di cercare di catalogare, classificare, afferrare la realtà, che invece ogni volta si espande, si moltiplica, si squaderna e noi insieme ad essa moltiplichiamo linguaggi, strumenti e orizzonti di conoscenza.


A tu per tu con Zygmunt Bauman


Il sociologo Zygmunt Bauman, noto ai più come creatore del concetto di società "liquida", ha da poco compiuto 90 anni e rilasciato una intervista a El Pais (che trovate qui in italiano).
Avendo amato molto la sua opera, non posso però non notare - per quanto riguarda l'argomento "digitale" - una certa deriva davvero poco illuminante e non alla sua altezza.

ZB - "La questione dell’identità è stata trasformata in qualcosa a cui è stato dato un compito: è necessario creare la tua comunità. Ma non si crea una comunità, o ce l’hai o no; ciò che i social network possono creare è un sostituto. La differenza tra la comunità e la rete è che si appartiene alla comunità, ma la rete appartiene a voi. È possibile aggiungere amici e eliminarli, è possibile controllare le persone con cui siamo legati".
Che non si crei una comunità, che o ce l’hai o no, fa pensare alle comunità come preesistenti a tutto. Invece le comunità si creano, nascono vivono muoiono: per affinità, prossimità, bisogni, passioni ecc. Continuamente. Su internet come nella vita reale. Perché quello che ancora alcuni faticano a capire è che questa divisione tra il virtuale e il reale non esiste, se non per comodità di espressione (Pierre Levy). Ciò che è virtuale spesso diventa reale e viceversa, esattamente come spesso una corrispondenza di penna nell’800 diventava un’amicizia, un amore, un matrimonio o altro. Su internet sono nate migliaia di “comunità” che sono anche reali: fatte di rapporti umani, amori, interessi, passioni, bene comune, bene personale, aiuto, solidarietà, scambio, e tutte le variegate forme che le relazioni umane possono prendere.
ZB - "La gente si sente un po’ meglio, perché la solitudine è la grande minaccia in questi tempi di individualizzazione. Tuttavia nella rete è così facile aggiungere o eliminare gli amici che non abbiamo bisogno di abilità sociali. Queste si sviluppano quando sei per strada, o sul posto di lavoro, e incontri persone con le quali devi avere un’interazione ragionevole. Devi affrontare le difficoltà di coinvolgerli in un dialogo".
La solitudine non è la grande minaccia in questi tempi di individualizzazione: piuttosto, è la perdita di significanza nei tempi in cui l’aumento della popolazione è così smisurato, come non mai, a dare un senso di insignificanza, che atterrisce. Dunque l’individualizzazione è semmai la disperata ricerca di una qualche significanza, immersi come siamo in un mondo sempre più connesso e popoloso, dove - per un dato oggettivo e reale - ci ritroviamo a sentirci davvero molto piccoli.
ZB - "Il dialogo reale non è parlare con persone che la pensano come te. I social network non insegnano il dialogo, perché è così facile evitare le polemiche… Molte persone usano i social network non per unire e per ampliare i propri orizzonti, ma piuttosto, per bloccarli in quelle che chiamo zone di comfort, dove l’unico suono che sentono è l’eco della propria voce, dove tutto quello che vedono sono i riflessi del proprio volto. Le reti sono molto utili, danno servizi molto piacevoli, però sono una trappola”.
Molte persone sì fanno questo. Lo fanno sul web come nella vita. Frequentano sempre le stesse cerchie di persone, gli stessi club, le stesse famiglie. Da generazioni. L’apertura e la chiusura non sono certo prerogative del web. Anzi. Internet come strumento, semmai, almeno ti fornisce la possibilità di incontrare e relazionarti con chiunque. Usare o meno questa opportunità è una scelta.
Poi riesco bene a immaginare, quando dall’oralità si è passati alla civiltà del “libro”, tutti quelli che hanno gridato apocalitticamente al: "ecco! ora il dialogo si riduce a una faccenda solipsistica, di autoriflessione tra sé e sé".
La vera trappola per l'essere umano, io credo, è non comprendere la propria evoluzione: le necessità che la determinano e le molteplici strade che percorre, necessariamente nuove e per certi versi rischiose, ma che rispondono a problemi, bisogni e situazioni che prima non c'erano. Rimpiangere strumenti vecchi, o temere i nuovi, è comprensibile e anche umanamente condivisibile: ciò che non si deve mancare di fare però è dare il collegamento di necessità di ogni nuova "estensione dell'uomo" (come la chiamava McLuhan). Perché senza di quella la banalizziamo a futilità e vezzo accessorio: complicato, rischioso, addirittura catastrofico, e per di più senza senso. E invece non è così.

A memoria

Qualcuno ha preso a far girare in questi giorni una lettera di due anni fa di Umberto Eco al nipotino: Caro nipote, studia a memoria - L'Espresso.
Caro Umberto Eco, ti ricordi il passaggio dall’oralità alla scrittura che rivoluzione fu? Uno scrittore come te non può non aver notato il grande passo avanti che l’umanità ha compiuto grazie a questa conquista. 
Allora perché ora che ne stiamo facendo un’altra, dalla scrittura al digitale (ipermedia), auguri a tuo nipote di tornare alle filastrocche mandate a memoria? Perché vuoi ricacciare la nuova generazione al passato omerico, invece che lasciarlo costruire il futuro digitale? Non sarà che questo fa sentire la scrittura e te, come suo illustre portavoce, superato e antico? E che cercare di ricacciare il futuro verso il trapassato remoto ti dà l’illusione di essere sempre tu l’artefice del presente? Capisci da te che è una sciocchezza. Io spero che tuo nipote alle tue lettere senili preferisca, che so, TG3Pixel (che è molto più interessante).

Ricordiamo un passo di W.J. Ong: "Molti si sorprendono quando vengono a sapere che quasi le stesse obiezioni che oggi sono comunemente rivolte ai computer venivano mosse alla scrittura da Platone, nel Fedro (274-7) e nella Settima lettera. La scrittura, Platone fa dire a Socrate nel Fedro, è disumana, poiché finge di ricreare al di fuori della mente ciò che in realtà può esistere solo al suo interno. La scrittura è una cosa, un prodotto manufatto (...) In secondo luogo, incalza il Socrate di Platone, la scrittura distrugge la memoria: chi se ne serve cesserà di ricordare, e dovrà contare su risorse esterne quando mancheranno quelle interiori. La scrittura indebolisce la mente".

La social media strategy dell'Isis in 12 punti


Che l'Isis utilizzi gli strumenti di comunicazione digitale per la sua propaganda è cosa ormai ben evidente. Abbiamo provato a riassumere qui, dall'analisi di vari studi sull'argomento, le precise tecniche di strategia di comunicazione digitale seguite.

SOCIAL MEDIA STRATEGY
Si tratta di una strategia vera e propria e non frutto di improvvisazione o uso naif della rete. Le operazioni mediatiche del movimento sono fortemente centralizzate, con un attento controllo su ciò che viene pubblicizzato e quando. Gli account di Twitter associati al gruppo vengono gestiti centralmente. Quando i nuovi combattenti di alto profilo si uniscono Stato Islamico, sono spinti a consegnare i propri account di social media all’organizzazione. Le produzioni del sedicente Stato islamico rientrano sotto l'ombrello principale di Al-Furqan Media, che invia regolarmente video e audio e produce una serie di documentari con il titolo "Messages from the Land of Epic Battles". Poi Fursan al-Balagh media si occupa delle trascrizioni, sottotitolazioni dei video.

RETE, MODERATORI
Per ogni canale social sono designati moderatori, e ogni “wilayah” ha il suo account. Oltre agli account social ufficiali, ci sono centinaia di account privati che diffondono i messaggi di propaganda. L'ISIS ha migliaia di account social per ogni città sotto controllo. Ogni volta che un account utente è bloccato, ne creano un altro con un nome falso.

- CONTENUTI DIVERSI PER PUBBLICI DIVERSI
Lo Stato islamico usa i social media come piattaforma per cercare il consenso e diffondere le proprie ideologie e racconti, accompagnati da giustificazioni religiose per le loro azioni, per convincere uomini, donne e persino bambini ad unirsi a loro. I video, spesso con sottotitoli inglese, ricostruiscono una 'realtà' che si adatta ai punti di vista e interpretazioni jihadisti. Il linguaggio utilizzato dipende dal pubblico a cui ci si rivolge: notizie sull’operato civile (costruzione di strade ecc.) per imporsi ai cittadini dei territori conquistati come benefattore; immagini di violenza efferata per mettere paura ai nemici; video di decapitazioni e ostaggi di giornalisti e operatori umanitari mirano ad un pubblico occidentale, all’umiliazione del nemico.

- ASCOLTO
Ascoltare la rete, monitorare, raccogliere i sentiment per adattare i contenuti. Il gruppo pubblica anche in base alle esigenze e ai cambiamenti del contesto locale. Ad esempio, se si sente che una popolazione locale sta iniziando a essere recalcitrante, si diffonde più propaganda sulle sue iniziative di sviluppo del territorio; se percepisce il sentore di sfide politiche o militari, diffonde immagini più brutali al fine di instillare la paura nei suoi avversari.

GEOREFERENZIAZIONE
Il 9 agosto una foto che mostra la bandiera dell’IS visualizzata su uno smartphone davanti alla Casa Bianca è stata twittata dall’account @sunna_rev. E’ il modo dei seguaci e sostenitori del sedicente Stato islamico per dire che sono ovunque, anche alla White House.

- TEMPO REALE
Le immagini della decapitazione o impiccagione di comandanti e capi avversari durante un attacco e azione di conquista vengono messe on line in tempo reale per abbassare il morale dei soldati nemici e della popolazione locale.

SELF REPUTATION
Per affrontare la conquista di territori più difficili perché a maggioranza sciita, Baghdadi ha fatto la sua prima apparizione in pubblico nella più grande moschea di Mosul: in questo si mostra come leader coraggioso che non ha paura di apparire in uno dei luoghi di significato storico per i musulmani sunniti.

RECRUITING PROFESSIONALE
Il gruppo ha utilizzato quell’occasione anche per fare un invito aperto a ingegneri, medici ecc. ad unirsi nella costruzione del califfato, lanciando una campagna di social media al fine di accrescere il reclutamento e funding.

VISUAL
Puntare molto sui contenuti visuali che hanno il più alto coefficiente di visualizzazioni e conversioni e sono inoltre più facilmente fruibili a livello internazionale per fare proseliti tra i giovani di tutto il mondo, anche occidentali. Daesh ha infatti superato gli obsoleti e vecchi video di Al-Qaeda, proponendo video dal montaggio accattivante, ricchi di effetti e con un ritmo compulsivo, veri e propri format. Per farlo l’Isis ha assoldato un centinaio di tecnici occidentali.

- NEWSJACKING
La tecnica di sfruttare l’attenzione degli utenti su un determinato argomento o fenomeno di rilevanza per trarne vantaggi per la propria attività o il proprio brand è stata usata varie volte dall’ISIS, ad esempio durante i mondiali di calcio, agganciandosi gli hastag più diffusi #brazil2014 per la propria propaganda.

- FAKE
Usare e promuovere foto e notizie false: come le distorsioni delle parole della Clinton in Hard Choices.

ALGORITMO 
Sfruttare il funzionamento degli algoritmi dei social media. L’algoritmo di facebook che propone, ad ogni iscritto, link a gruppi e account affini alle proprie ricerche ed interessi consente facilmente di allargare e propagare la propria rete: questo ne fa uno strumento semplice e ottimale per la propaganda jihadista, come evidenziato dall’esperimento di Gurvan Kristanadjaja.

L'analisi non pretende di essere assolutamente esaustiva, anzi. E' solo un esempio la propaganda può sfruttare il linguaggio ipermediale seguendone i punti chiave.
Invito colleghi ed esperti a migliorare l'elenco. 

Essere ovunque

Photograph: Tom Dymond/REX
"Costruire un dispositivo che consenta di essere ovunque si vuole, con chiunque, indipendentemente dai confini geografici".
Questo l'obiettivo di Facebook da qui a dieci anni. Così ha affermato Mike Schroepfer (CTO del social network) in occasione del Dublin Web Summit. Grazie allo sviluppo dei visori 3D Oculus Rift.
No, non è teletrasporto. Ma ubiquità.
Con il teletrasporto, Scott in Star Trek ci permetteva di spostarci da un luogo a un altro, sia pure velocemente (e non senza qualche problema a volte), ma sempre un luogo alla volta (perché fisicamente).
L'ubiquità invece ci consente di essere ovunque contemporaneamente. Un sogno antico che insiste su quella strada evolutiva dell'uomo verso la virtualità più che all'interno del proprio apparato biologico.
Dal primo bastone al visore 3d e... oltre.

Senza smartphone ci sentiamo nudi. Perché?

Removed di Eric Prickersqill

Il bel progetto fotografico Removed del fotografo Eric Prickersqill, nel renderci plasticamente presenza e assenza al tempo stesso del nostro vivere, porta a riflettere ancora una volta attorno al tema delle nuove tecnologie digitali. 

Ricordo un 
intervento di Zygmunt Bauman, al Festival dell’economia di Trento di qualche anno fa, puntare il dito contro consumismo e tecnologia corresponsabili nel tentativo di distruzione di moralità, famiglia, amore per gli altri, tempo libero, reciproca comprensione.

E' un fatto, la rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo ci porta angoscia.
Ma come affrontarla?

La posizione di Bauman per cui sembra quasi che da una parte ci sia un essere umano con bisogni nobili di amore, dedizione, dall’altra un mostro che solo desidera consumare e chattare con lo smartphone, dico chiaramente non mi convince affatto. 
L’età dell’oro il passato e l’apocalisse il futuro... stiamo diventando burattini eterodiretti verso l’autodistruzione...
Ma davvero si stava meglio quando si stava peggio?
Vediamo punto per punto.

Bauman e la moralità mercificata.
La morale non è (né mai stata) niente di assoluto, è un codice di comportamento che gli esseri umani si danno per rispondere meglio ai problemi della vita. La moralità è (ed è sempre stata) una cosa mobile, adattabile, come l’intelligenza. Ci sono state epoche in cui la schiavitù,
l’apartheid, il colonialismo, la sottomissione della donna erano legali e morali. Poi (fortunatamente penso io) non più.

Bauman e la famiglia, l’amore, gli affetti.
Le “tradizionali” famiglie erano quelle dove le donne non potevano scegliere altro e dove tutti i componenti avevano un lavoro, compito, mansione, strettamente legato alla famiglia (contadina, artigiana, commerciante): perché il lavoro si tramandava di padre in figlio. Da quando questo legame della trasmissione del lavoro all’interno della famiglia si è spezzato o molto allentato (rivoluzione industriale, fabbriche, metropoli, ecc. fenomeno che dura da un secolo e che con la rivoluzione digitale rende nuovamente marcato il solco generazionale nativi/analfabeti digitali), ecco che le famiglie hanno cominciato a sfrangiarsi. Oggi potrà sembrare anche molto romantico pensare alla famiglia di un tempo, ma ci dimentichiamo del vincolo, della quasi impossibilità a scegliere altro, a fare altro, a essere altro, ci dimentichiamo che essa si reggeva non tanto su un senso di amore, afflato di generosa cura e reciproca comprensione affettiva. Ma sulle necessità di lavoro e distribuzione dei ruoli “produttivi”. Era una piccola azienda. Coi suoi padroni, caporali e servi.  

E arriviamo alla tecnologia, la grande imputata, che distrugge tempo libero, affetti e, al dunque, umanità. Ora Bauman dice chiaramente come 
oggi i beni non abbiamo più solo un valore d’uso, ma anche un valore simbolico, che non si acquista più un bene perché se ne ha bisogno, ma perché si ‘desidera’. Che se oggi usciamo senza cellulari ci sentiamo nudi”.
Allora cos’è questo desiderio, questa necessità impellente? Semplicemente follia, corsa forsennata verso ansia, incertezza e bisogno di reciproca incomprensione?  

Qualcosa di più dice Alessandra Borella quando parla di phubbing, descrivendo l’illusione di
possedere una rete di relazioni più ampia di quella effettiva e reale

Ma la domanda successiva che bisogna porsi è: perché?
Cosa ci spinge a desiderare una rete di relazioni più ampia di quella “effettiva e reale”?

Il mio punto di vista è che: dematerializzazione, virtualità, commistione tra spazio e tempo libero/lavoro, e il desiderio, anche compulsivo che ne deriva, di tutto ciò, non siano liquidabili come semplice degradazione dell’umanità, un tempo amorevole e “primaria”.
Ma siano  ascrivbili a quel processo tutto umano di ricerca di nuovi limiti dell’essere, naturale processo di quell’evoluzione il cui bivio centrale Leroi-Gourhan fissava con la nascita dello “strumento”. 

Ovvero, l’essere umano a un certo punto della sua evoluzione animale ha casualmente imboccato la strada dell’evoluzione attraverso lo strumento (esterno) e non più all’interno del proprio apparato biologico (allungando il collo come le giraffe, per intenderci). L’evoluzione del proprio apparato biologico, tuttora caratteristica principale di ogni altra forma vivente conosciuta, richiedeva tempi molto lunghi di adattamento. Mentre lo strumento risolve problemi legati all’esistenza molto più rapidamente. E per ciò (non solo, ma semplificando) è una strada per niente abbandonata dall’essere umano, che al contrario si è evoluto privilegiando nettamente questo approccio, per una maggiore probabilità di sopravvivenza della specie (che infatti ha raggiunto l’incredibile cifra di 7 miliardi).

Ora, l’evoluzione attraverso “lo strumento” porta a una esternalizzazione del sé (e del processo evolutivo) che raccontiamo come virtualizzazione (Pierre Levy). 
E la virtualizzazione ha in sé un inebriante, quasi “divino”, potere di moltiplicare esponenzialmente le nostre capacità di conoscenza (e presenza) del mondo

Onniscienza e onnipresenza possibili appunto grazie a questa “invenzione” del virtuale che contiene in sé il doppio costituito da reale e virtuale insieme, apparato biologico e strumento insieme, incarnazione e divino al tempo stesso. I “superpoteri” che questa evoluzione dello strumento, della virtualità, ci offrono rappresentano una spinta incredibile per l’essere umano, di superamento di certi limiti (un attimo prima solo terreni, legati ad una biologia per lo più ereditata, quasi priva di scelta).

E come lo strumento della scrittura ieri ci ha spalancato le porte della conoscenza (sganciandola dalla sola memoria ed esperienza concreta, quindi limitata, e portandola su un livello virtuale – scritto, esterno a sé, che molto più può, molti meno limiti ha), oggi l’evoluzione dello strumento digitale spinge rapidamente oltre il limite del qui ed ora, spalancando le porte dell’ubiquità.
L’essere non solo qui ed ora, ma anche ovunque simultaneamente.

Questo fa presagire l’attuale rivoluzione tecnologica del digitale (così come un tempo la scrittura rispetto alla conoscenza, che diventava infatti spinta all’onniscenza). 

Ecco allora come lo smartphone, oggetto che racchiude in sé le principali caratteristiche di questa frontiera (linguaggio e tecnologia) del digitale, diventa (grazie alle sue caratteristiche di informazione, simultaneità, interattività, mobilità) il simbolo di una nuova possibilità d’essere, più estesa della precedente, ubiqua.
Ed è per questo che, assaporandone più o meno inconsapevolmente il gusto, non vogliamo mollare la presa.
Descrivere tutto questo come mercificazione della moralità, ossessione consumistica e produttivistica, perdita dei bisogni e desideri ‘buoni’ quali l’amore per gli altri e la reciproca comprensione… a me sembra stare guardare il dito invece che la luna.


E’ piuttosto nella comprensione e nella partecipazione, critica e consapevole, a questo processo evolutivo che risiede il cammino autenticamente umano che ci è stato consegnato e possiamo consegnare alla vita.

La flessibilità meglio del limite?

Will Quadflieg und Gustav Gründgens, Hamburger Aufführung und Verfilmung 1961

Giovanni Bottiroli, di fronte una società che sembra devastarsi non percependo più il senso e la funzione del limite, inteso come legge, propone la flessibilità come rinuncia a questo superamento (La flessibilità è meglio del limite, DoppioZero). Paradossalmente usa Nietzsche a supporto della sua proposta.

Fatico un po' a capire come il superuomo, o meglio giustamente l'oltreuomo nietzschiano, potrebbe attenersi alla rinuncia del desiderio, della spinta, a superare se stesso. Ma i paradossi mi affascinano e sempre rivelano qualcosa.

Trovo però molto poco centrata la tesi che cerca di spiegare questa “frenesia che spinge il soggetto di oggi da una cosa all'altra, da uno sciame all'altro” con il fatto che “ogni durata viene percepita come monotonia, vuoto, da cui l’evaporazione di un qualunque investimento libidico durevole”.

A parte che la trovo molto giudicante senza che spieghi molto: il godimento, la jouissance, per Bottiroli non sarebbe superamento del limite, non sarebbe oltrepassante. E, se anche fosse da intendersi così, sarebbe bello sapere perché avviene, conoscerne la sua ragione profonda.
Io però non credo affatto sia così.

Il suo giudizio arriva addirittura ad esaltare ogni rinuncia al superamento del limite, e chiamarla flessibilità. Per carità, ottima virtù, specie nelle beghe quotidiane, ma addirittura darla come alternativa al limite! L’essere umano ha da sempre spinte ulteriori che non la mera sopravvivenza, prima fra tutte quella di esplorare tutte le possibilità di sopravvivenza, finanche divine.

Penso invece che viviamo un’epoca davvero nuova, che ha spostato il confine, il limite della precedente dandosene uno nuovo. Dall'onniscienza, ossessione del Faust moderno, che lo dispone pure a vendersi l’anima per questa; all’onnipresenza, ossessione contemporanea dell’essere ovunque simultaneamente. Per la quale siamo anche noi disposti a venderci l’anima, unico prezzo ammissibile in una tale sfida, il superamento del limite.

Non è che sia semplicemente noioso restare confinati dentro di sé (come minimizza Bottiroli). Piuttosto desideriamo assaporare dio. E, dopo avergli strappato l’onniscienza, la Scienza dell’epoca moderna, vogliamo strappargli l’ubiquità, Entanglement dell’era contemporanea.

Facile o difficile, giusto o sbagliato, bello o brutto che sia, il desiderio umano (dico desiderio, non jouissance) è proprio questo: tentare di oltrepassare i limiti e, una volta superati, porsene di nuovi, così da provare tutte le infinite (se non sappiamo quante sono) strade e possibilità che la vita ha di sopravvivere e che, finché non le abbiamo attraversate, chiamiamo divine, chiamiamo limiti.

The Flow is the Medium


Grazie a Luca Alagna a cui non sfugge nulla, leggo l’ultimo (per ora) post di Vittorio Zambardino (Lasciare facebook per un po'...) che ha deciso di lasciare, dopo Twitter, anche Facebook, ma solo per prendersi una pausa e spiega perché. 

Non tanto perché lui, come tutti, abbia bisogno di una pausa salutare ogni tanto (da qualunque cosa), quanto perché, come argomenta, non sia possibile non tornare: a parlare, a esserci, a significare (o almeno crederlo), a far parte della piattaforma che “è”, da sola, a prescindere, con o senza di noi.

Grazie a McLuhan, noi nativi televisivi avevamo già perso l'innocenza. Tuttavia un pizzico di sgomenta tenerezza è comprensibile ancora adesso: dagli anni '60 a oggi la popolazione mondiale è semplicemente più che raddoppiata. 

fonte Wikipedia

Il narcisismo deluso è la faccia emotiva e tenera di un dato oggettivo contemporaneo ed eterno al tempo stesso: l'insignificanza. Siamo 7 miliardi, tanti come non mai, per di più in un mondo esploso perché sempre più connesso: dunque ancora più (individualmente) insignificanti.

L’insignificanza è angoscia e verità umana di sempre. Ogni epoca cerca i suoi trucchi per sfuggirne: linguaggi (strumenti, tecnologie... fino ai selfie e ai profili). Cosa fu la scrittura (la scrittura, non certo quel che scrivi) se non il tentativo di segnare una differenza, lasciare un segno, esserci, darsi significato? Tenera e ardita hybris, tentativo (quando egoico) inutile quanto inevitabile, di oltrepassare il fatto reale, il sostantivo di partenza di ogni capoverso.

L’insignificanza: quella di oggi, allargata a dismisura da miliardi di individui e connessioni, crea come propria sfida il suo nuovo linguaggio, non più lineare e sempre più simultaneo. Lui si mette a correre, esplodere e competere pensando di copiare le armi ubique al suo avversario per non annichilire. E di certo una certa significanza è in questo tentativo. Senza pretese se non quello di viverlo.

L’illusione, ieri come oggi, narciso o zambardino, di vincere davvero col sostantivo, ci specchia, ieri come oggi, in empatica e tenera impotenza.  

Ma prova ora un momento a sentirti flusso invece che individuo, a dimenticare l’ego, imperativo individuale (cristiano e occidentale, pre e post digitale), e a mettere l’unicità come parte nel tutto, e senti allora che la comunicazione scorre, collettiva, aperta, lei sì significante. Si fa numero, si fa energia, si fa movimento, si fa vita. Di cui semplicemente sei e puoi sentirti parte, aggiustandoti all'universa armonia. Ed è subito facebook ;)
"O uomo meschino, non pensare che questo universo sia fatto per te. Tu piuttosto sarai giusto se ti aggiusti all'universa natura e all'universa armonia" (Platone)
Il Medium è il Messaggio (1964)
Il Flusso è il Medium (2015)