A tu per tu con Zygmunt Bauman


Il sociologo Zygmunt Bauman, noto ai più come creatore del concetto di società "liquida", ha da poco compiuto 90 anni e rilasciato una intervista a El Pais (che trovate qui in italiano).
Avendo amato molto la sua opera, non posso però non notare - per quanto riguarda l'argomento "digitale" - una certa deriva davvero poco illuminante e non alla sua altezza.

ZB - "La questione dell’identità è stata trasformata in qualcosa a cui è stato dato un compito: è necessario creare la tua comunità. Ma non si crea una comunità, o ce l’hai o no; ciò che i social network possono creare è un sostituto. La differenza tra la comunità e la rete è che si appartiene alla comunità, ma la rete appartiene a voi. È possibile aggiungere amici e eliminarli, è possibile controllare le persone con cui siamo legati".
Che non si crei una comunità, che o ce l’hai o no, fa pensare alle comunità come preesistenti a tutto. Invece le comunità si creano, nascono vivono muoiono: per affinità, prossimità, bisogni, passioni ecc. Continuamente. Su internet come nella vita reale. Perché quello che ancora alcuni faticano a capire è che questa divisione tra il virtuale e il reale non esiste, se non per comodità di espressione (Pierre Levy). Ciò che è virtuale spesso diventa reale e viceversa, esattamente come spesso una corrispondenza di penna nell’800 diventava un’amicizia, un amore, un matrimonio o altro. Su internet sono nate migliaia di “comunità” che sono anche reali: fatte di rapporti umani, amori, interessi, passioni, bene comune, bene personale, aiuto, solidarietà, scambio, e tutte le variegate forme che le relazioni umane possono prendere.
ZB - "La gente si sente un po’ meglio, perché la solitudine è la grande minaccia in questi tempi di individualizzazione. Tuttavia nella rete è così facile aggiungere o eliminare gli amici che non abbiamo bisogno di abilità sociali. Queste si sviluppano quando sei per strada, o sul posto di lavoro, e incontri persone con le quali devi avere un’interazione ragionevole. Devi affrontare le difficoltà di coinvolgerli in un dialogo".
La solitudine non è la grande minaccia in questi tempi di individualizzazione: piuttosto, è la perdita di significanza nei tempi in cui l’aumento della popolazione è così smisurato, come non mai, a dare un senso di insignificanza, che atterrisce. Dunque l’individualizzazione è semmai la disperata ricerca di una qualche significanza, immersi come siamo in un mondo sempre più connesso e popoloso, dove - per un dato oggettivo e reale - ci ritroviamo a sentirci davvero molto piccoli.
ZB - "Il dialogo reale non è parlare con persone che la pensano come te. I social network non insegnano il dialogo, perché è così facile evitare le polemiche… Molte persone usano i social network non per unire e per ampliare i propri orizzonti, ma piuttosto, per bloccarli in quelle che chiamo zone di comfort, dove l’unico suono che sentono è l’eco della propria voce, dove tutto quello che vedono sono i riflessi del proprio volto. Le reti sono molto utili, danno servizi molto piacevoli, però sono una trappola”.
Molte persone sì fanno questo. Lo fanno sul web come nella vita. Frequentano sempre le stesse cerchie di persone, gli stessi club, le stesse famiglie. Da generazioni. L’apertura e la chiusura non sono certo prerogative del web. Anzi. Internet come strumento, semmai, almeno ti fornisce la possibilità di incontrare e relazionarti con chiunque. Usare o meno questa opportunità è una scelta.
Poi riesco bene a immaginare, quando dall’oralità si è passati alla civiltà del “libro”, tutti quelli che hanno gridato apocalitticamente al: "ecco! ora il dialogo si riduce a una faccenda solipsistica, di autoriflessione tra sé e sé".
La vera trappola per l'essere umano, io credo, è non comprendere la propria evoluzione: le necessità che la determinano e le molteplici strade che percorre, necessariamente nuove e per certi versi rischiose, ma che rispondono a problemi, bisogni e situazioni che prima non c'erano. Rimpiangere strumenti vecchi, o temere i nuovi, è comprensibile e anche umanamente condivisibile: ciò che non si deve mancare di fare però è dare il collegamento di necessità di ogni nuova "estensione dell'uomo" (come la chiamava McLuhan). Perché senza di quella la banalizziamo a futilità e vezzo accessorio: complicato, rischioso, addirittura catastrofico, e per di più senza senso. E invece non è così.

A memoria

Qualcuno ha preso a far girare in questi giorni una lettera di due anni fa di Umberto Eco al nipotino: Caro nipote, studia a memoria - L'Espresso.
Caro Umberto Eco, ti ricordi il passaggio dall’oralità alla scrittura che rivoluzione fu? Uno scrittore come te non può non aver notato il grande passo avanti che l’umanità ha compiuto grazie a questa conquista. 
Allora perché ora che ne stiamo facendo un’altra, dalla scrittura al digitale (ipermedia), auguri a tuo nipote di tornare alle filastrocche mandate a memoria? Perché vuoi ricacciare la nuova generazione al passato omerico, invece che lasciarlo costruire il futuro digitale? Non sarà che questo fa sentire la scrittura e te, come suo illustre portavoce, superato e antico? E che cercare di ricacciare il futuro verso il trapassato remoto ti dà l’illusione di essere sempre tu l’artefice del presente? Capisci da te che è una sciocchezza. Io spero che tuo nipote alle tue lettere senili preferisca, che so, TG3Pixel (che è molto più interessante).

Ricordiamo un passo di W.J. Ong: "Molti si sorprendono quando vengono a sapere che quasi le stesse obiezioni che oggi sono comunemente rivolte ai computer venivano mosse alla scrittura da Platone, nel Fedro (274-7) e nella Settima lettera. La scrittura, Platone fa dire a Socrate nel Fedro, è disumana, poiché finge di ricreare al di fuori della mente ciò che in realtà può esistere solo al suo interno. La scrittura è una cosa, un prodotto manufatto (...) In secondo luogo, incalza il Socrate di Platone, la scrittura distrugge la memoria: chi se ne serve cesserà di ricordare, e dovrà contare su risorse esterne quando mancheranno quelle interiori. La scrittura indebolisce la mente".

La social media strategy dell'Isis in 12 punti


Che l'Isis utilizzi gli strumenti di comunicazione digitale per la sua propaganda è cosa ormai ben evidente. Abbiamo provato a riassumere qui, dall'analisi di vari studi sull'argomento, le precise tecniche di strategia di comunicazione digitale seguite.

SOCIAL MEDIA STRATEGY
Si tratta di una strategia vera e propria e non frutto di improvvisazione o uso naif della rete. Le operazioni mediatiche del movimento sono fortemente centralizzate, con un attento controllo su ciò che viene pubblicizzato e quando. Gli account di Twitter associati al gruppo vengono gestiti centralmente. Quando i nuovi combattenti di alto profilo si uniscono Stato Islamico, sono spinti a consegnare i propri account di social media all’organizzazione. Le produzioni del sedicente Stato islamico rientrano sotto l'ombrello principale di Al-Furqan Media, che invia regolarmente video e audio e produce una serie di documentari con il titolo "Messages from the Land of Epic Battles". Poi Fursan al-Balagh media si occupa delle trascrizioni, sottotitolazioni dei video.

RETE, MODERATORI
Per ogni canale social sono designati moderatori, e ogni “wilayah” ha il suo account. Oltre agli account social ufficiali, ci sono centinaia di account privati che diffondono i messaggi di propaganda. L'ISIS ha migliaia di account social per ogni città sotto controllo. Ogni volta che un account utente è bloccato, ne creano un altro con un nome falso.

- CONTENUTI DIVERSI PER PUBBLICI DIVERSI
Lo Stato islamico usa i social media come piattaforma per cercare il consenso e diffondere le proprie ideologie e racconti, accompagnati da giustificazioni religiose per le loro azioni, per convincere uomini, donne e persino bambini ad unirsi a loro. I video, spesso con sottotitoli inglese, ricostruiscono una 'realtà' che si adatta ai punti di vista e interpretazioni jihadisti. Il linguaggio utilizzato dipende dal pubblico a cui ci si rivolge: notizie sull’operato civile (costruzione di strade ecc.) per imporsi ai cittadini dei territori conquistati come benefattore; immagini di violenza efferata per mettere paura ai nemici; video di decapitazioni e ostaggi di giornalisti e operatori umanitari mirano ad un pubblico occidentale, all’umiliazione del nemico.

- ASCOLTO
Ascoltare la rete, monitorare, raccogliere i sentiment per adattare i contenuti. Il gruppo pubblica anche in base alle esigenze e ai cambiamenti del contesto locale. Ad esempio, se si sente che una popolazione locale sta iniziando a essere recalcitrante, si diffonde più propaganda sulle sue iniziative di sviluppo del territorio; se percepisce il sentore di sfide politiche o militari, diffonde immagini più brutali al fine di instillare la paura nei suoi avversari.

GEOREFERENZIAZIONE
Il 9 agosto una foto che mostra la bandiera dell’IS visualizzata su uno smartphone davanti alla Casa Bianca è stata twittata dall’account @sunna_rev. E’ il modo dei seguaci e sostenitori del sedicente Stato islamico per dire che sono ovunque, anche alla White House.

- TEMPO REALE
Le immagini della decapitazione o impiccagione di comandanti e capi avversari durante un attacco e azione di conquista vengono messe on line in tempo reale per abbassare il morale dei soldati nemici e della popolazione locale.

SELF REPUTATION
Per affrontare la conquista di territori più difficili perché a maggioranza sciita, Baghdadi ha fatto la sua prima apparizione in pubblico nella più grande moschea di Mosul: in questo si mostra come leader coraggioso che non ha paura di apparire in uno dei luoghi di significato storico per i musulmani sunniti.

RECRUITING PROFESSIONALE
Il gruppo ha utilizzato quell’occasione anche per fare un invito aperto a ingegneri, medici ecc. ad unirsi nella costruzione del califfato, lanciando una campagna di social media al fine di accrescere il reclutamento e funding.

VISUAL
Puntare molto sui contenuti visuali che hanno il più alto coefficiente di visualizzazioni e conversioni e sono inoltre più facilmente fruibili a livello internazionale per fare proseliti tra i giovani di tutto il mondo, anche occidentali. Daesh ha infatti superato gli obsoleti e vecchi video di Al-Qaeda, proponendo video dal montaggio accattivante, ricchi di effetti e con un ritmo compulsivo, veri e propri format. Per farlo l’Isis ha assoldato un centinaio di tecnici occidentali.

- NEWSJACKING
La tecnica di sfruttare l’attenzione degli utenti su un determinato argomento o fenomeno di rilevanza per trarne vantaggi per la propria attività o il proprio brand è stata usata varie volte dall’ISIS, ad esempio durante i mondiali di calcio, agganciandosi gli hastag più diffusi #brazil2014 per la propria propaganda.

- FAKE
Usare e promuovere foto e notizie false: come le distorsioni delle parole della Clinton in Hard Choices.

ALGORITMO 
Sfruttare il funzionamento degli algoritmi dei social media. L’algoritmo di facebook che propone, ad ogni iscritto, link a gruppi e account affini alle proprie ricerche ed interessi consente facilmente di allargare e propagare la propria rete: questo ne fa uno strumento semplice e ottimale per la propaganda jihadista, come evidenziato dall’esperimento di Gurvan Kristanadjaja.

L'analisi non pretende di essere assolutamente esaustiva, anzi. E' solo un esempio la propaganda può sfruttare il linguaggio ipermediale seguendone i punti chiave.
Invito colleghi ed esperti a migliorare l'elenco. 

Essere ovunque

Photograph: Tom Dymond/REX
"Costruire un dispositivo che consenta di essere ovunque si vuole, con chiunque, indipendentemente dai confini geografici".
Questo l'obiettivo di Facebook da qui a dieci anni. Così ha affermato Mike Schroepfer (CTO del social network) in occasione del Dublin Web Summit. Grazie allo sviluppo dei visori 3D Oculus Rift.
No, non è teletrasporto. Ma ubiquità.
Con il teletrasporto, Scott in Star Trek ci permetteva di spostarci da un luogo a un altro, sia pure velocemente (e non senza qualche problema a volte), ma sempre un luogo alla volta (perché fisicamente).
L'ubiquità invece ci consente di essere ovunque contemporaneamente. Un sogno antico che insiste su quella strada evolutiva dell'uomo verso la virtualità più che all'interno del proprio apparato biologico.
Dal primo bastone al visore 3d e... oltre.

Senza smartphone ci sentiamo nudi. Perché?

Removed di Eric Prickersqill

Il bel progetto fotografico Removed del fotografo Eric Prickersqill, nel renderci plasticamente presenza e assenza al tempo stesso del nostro vivere, porta a riflettere ancora una volta attorno al tema delle nuove tecnologie digitali. 

Ricordo un 
intervento di Zygmunt Bauman, al Festival dell’economia di Trento di qualche anno fa, puntare il dito contro consumismo e tecnologia corresponsabili nel tentativo di distruzione di moralità, famiglia, amore per gli altri, tempo libero, reciproca comprensione.

E' un fatto, la rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo ci porta angoscia.
Ma come affrontarla?

La posizione di Bauman per cui sembra quasi che da una parte ci sia un essere umano con bisogni nobili di amore, dedizione, dall’altra un mostro che solo desidera consumare e chattare con lo smartphone, dico chiaramente non mi convince affatto. 
L’età dell’oro il passato e l’apocalisse il futuro... stiamo diventando burattini eterodiretti verso l’autodistruzione...
Ma davvero si stava meglio quando si stava peggio?
Vediamo punto per punto.

Bauman e la moralità mercificata.
La morale non è (né mai stata) niente di assoluto, è un codice di comportamento che gli esseri umani si danno per rispondere meglio ai problemi della vita. La moralità è (ed è sempre stata) una cosa mobile, adattabile, come l’intelligenza. Ci sono state epoche in cui la schiavitù,
l’apartheid, il colonialismo, la sottomissione della donna erano legali e morali. Poi (fortunatamente penso io) non più.

Bauman e la famiglia, l’amore, gli affetti.
Le “tradizionali” famiglie erano quelle dove le donne non potevano scegliere altro e dove tutti i componenti avevano un lavoro, compito, mansione, strettamente legato alla famiglia (contadina, artigiana, commerciante): perché il lavoro si tramandava di padre in figlio. Da quando questo legame della trasmissione del lavoro all’interno della famiglia si è spezzato o molto allentato (rivoluzione industriale, fabbriche, metropoli, ecc. fenomeno che dura da un secolo e che con la rivoluzione digitale rende nuovamente marcato il solco generazionale nativi/analfabeti digitali), ecco che le famiglie hanno cominciato a sfrangiarsi. Oggi potrà sembrare anche molto romantico pensare alla famiglia di un tempo, ma ci dimentichiamo del vincolo, della quasi impossibilità a scegliere altro, a fare altro, a essere altro, ci dimentichiamo che essa si reggeva non tanto su un senso di amore, afflato di generosa cura e reciproca comprensione affettiva. Ma sulle necessità di lavoro e distribuzione dei ruoli “produttivi”. Era una piccola azienda. Coi suoi padroni, caporali e servi.  

E arriviamo alla tecnologia, la grande imputata, che distrugge tempo libero, affetti e, al dunque, umanità. Ora Bauman dice chiaramente come 
oggi i beni non abbiamo più solo un valore d’uso, ma anche un valore simbolico, che non si acquista più un bene perché se ne ha bisogno, ma perché si ‘desidera’. Che se oggi usciamo senza cellulari ci sentiamo nudi”.
Allora cos’è questo desiderio, questa necessità impellente? Semplicemente follia, corsa forsennata verso ansia, incertezza e bisogno di reciproca incomprensione?  

Qualcosa di più dice Alessandra Borella quando parla di phubbing, descrivendo l’illusione di
possedere una rete di relazioni più ampia di quella effettiva e reale

Ma la domanda successiva che bisogna porsi è: perché?
Cosa ci spinge a desiderare una rete di relazioni più ampia di quella “effettiva e reale”?

Il mio punto di vista è che: dematerializzazione, virtualità, commistione tra spazio e tempo libero/lavoro, e il desiderio, anche compulsivo che ne deriva, di tutto ciò, non siano liquidabili come semplice degradazione dell’umanità, un tempo amorevole e “primaria”.
Ma siano  ascrivbili a quel processo tutto umano di ricerca di nuovi limiti dell’essere, naturale processo di quell’evoluzione il cui bivio centrale Leroi-Gourhan fissava con la nascita dello “strumento”. 

Ovvero, l’essere umano a un certo punto della sua evoluzione animale ha casualmente imboccato la strada dell’evoluzione attraverso lo strumento (esterno) e non più all’interno del proprio apparato biologico (allungando il collo come le giraffe, per intenderci). L’evoluzione del proprio apparato biologico, tuttora caratteristica principale di ogni altra forma vivente conosciuta, richiedeva tempi molto lunghi di adattamento. Mentre lo strumento risolve problemi legati all’esistenza molto più rapidamente. E per ciò (non solo, ma semplificando) è una strada per niente abbandonata dall’essere umano, che al contrario si è evoluto privilegiando nettamente questo approccio, per una maggiore probabilità di sopravvivenza della specie (che infatti ha raggiunto l’incredibile cifra di 7 miliardi).

Ora, l’evoluzione attraverso “lo strumento” porta a una esternalizzazione del sé (e del processo evolutivo) che raccontiamo come virtualizzazione (Pierre Levy). 
E la virtualizzazione ha in sé un inebriante, quasi “divino”, potere di moltiplicare esponenzialmente le nostre capacità di conoscenza (e presenza) del mondo

Onniscienza e onnipresenza possibili appunto grazie a questa “invenzione” del virtuale che contiene in sé il doppio costituito da reale e virtuale insieme, apparato biologico e strumento insieme, incarnazione e divino al tempo stesso. I “superpoteri” che questa evoluzione dello strumento, della virtualità, ci offrono rappresentano una spinta incredibile per l’essere umano, di superamento di certi limiti (un attimo prima solo terreni, legati ad una biologia per lo più ereditata, quasi priva di scelta).

E come lo strumento della scrittura ieri ci ha spalancato le porte della conoscenza (sganciandola dalla sola memoria ed esperienza concreta, quindi limitata, e portandola su un livello virtuale – scritto, esterno a sé, che molto più può, molti meno limiti ha), oggi l’evoluzione dello strumento digitale spinge rapidamente oltre il limite del qui ed ora, spalancando le porte dell’ubiquità.
L’essere non solo qui ed ora, ma anche ovunque simultaneamente.

Questo fa presagire l’attuale rivoluzione tecnologica del digitale (così come un tempo la scrittura rispetto alla conoscenza, che diventava infatti spinta all’onniscenza). 

Ecco allora come lo smartphone, oggetto che racchiude in sé le principali caratteristiche di questa frontiera (linguaggio e tecnologia) del digitale, diventa (grazie alle sue caratteristiche di informazione, simultaneità, interattività, mobilità) il simbolo di una nuova possibilità d’essere, più estesa della precedente, ubiqua.
Ed è per questo che, assaporandone più o meno inconsapevolmente il gusto, non vogliamo mollare la presa.
Descrivere tutto questo come mercificazione della moralità, ossessione consumistica e produttivistica, perdita dei bisogni e desideri ‘buoni’ quali l’amore per gli altri e la reciproca comprensione… a me sembra stare guardare il dito invece che la luna.


E’ piuttosto nella comprensione e nella partecipazione, critica e consapevole, a questo processo evolutivo che risiede il cammino autenticamente umano che ci è stato consegnato e possiamo consegnare alla vita.

La flessibilità meglio del limite?

Will Quadflieg und Gustav Gründgens, Hamburger Aufführung und Verfilmung 1961

Giovanni Bottiroli, di fronte una società che sembra devastarsi non percependo più il senso e la funzione del limite, inteso come legge, propone la flessibilità come rinuncia a questo superamento (La flessibilità è meglio del limite, DoppioZero). Paradossalmente usa Nietzsche a supporto della sua proposta.

Fatico un po' a capire come il superuomo, o meglio giustamente l'oltreuomo nietzschiano, potrebbe attenersi alla rinuncia del desiderio, della spinta, a superare se stesso. Ma i paradossi mi affascinano e sempre rivelano qualcosa.

Trovo però molto poco centrata la tesi che cerca di spiegare questa “frenesia che spinge il soggetto di oggi da una cosa all'altra, da uno sciame all'altro” con il fatto che “ogni durata viene percepita come monotonia, vuoto, da cui l’evaporazione di un qualunque investimento libidico durevole”.

A parte che la trovo molto giudicante senza che spieghi molto: il godimento, la jouissance, per Bottiroli non sarebbe superamento del limite, non sarebbe oltrepassante. E, se anche fosse da intendersi così, sarebbe bello sapere perché avviene, conoscerne la sua ragione profonda.
Io però non credo affatto sia così.

Il suo giudizio arriva addirittura ad esaltare ogni rinuncia al superamento del limite, e chiamarla flessibilità. Per carità, ottima virtù, specie nelle beghe quotidiane, ma addirittura darla come alternativa al limite! L’essere umano ha da sempre spinte ulteriori che non la mera sopravvivenza, prima fra tutte quella di esplorare tutte le possibilità di sopravvivenza, finanche divine.

Penso invece che viviamo un’epoca davvero nuova, che ha spostato il confine, il limite della precedente dandosene uno nuovo. Dall'onniscienza, ossessione del Faust moderno, che lo dispone pure a vendersi l’anima per questa; all’onnipresenza, ossessione contemporanea dell’essere ovunque simultaneamente. Per la quale siamo anche noi disposti a venderci l’anima, unico prezzo ammissibile in una tale sfida, il superamento del limite.

Non è che sia semplicemente noioso restare confinati dentro di sé (come minimizza Bottiroli). Piuttosto desideriamo assaporare dio. E, dopo avergli strappato l’onniscienza, la Scienza dell’epoca moderna, vogliamo strappargli l’ubiquità, Entanglement dell’era contemporanea.

Facile o difficile, giusto o sbagliato, bello o brutto che sia, il desiderio umano (dico desiderio, non jouissance) è proprio questo: tentare di oltrepassare i limiti e, una volta superati, porsene di nuovi, così da provare tutte le infinite (se non sappiamo quante sono) strade e possibilità che la vita ha di sopravvivere e che, finché non le abbiamo attraversate, chiamiamo divine, chiamiamo limiti.

The Flow is the Medium


Grazie a Luca Alagna a cui non sfugge nulla, leggo l’ultimo (per ora) post di Vittorio Zambardino (Lasciare facebook per un po'...) che ha deciso di lasciare, dopo Twitter, anche Facebook, ma solo per prendersi una pausa e spiega perché. 

Non tanto perché lui, come tutti, abbia bisogno di una pausa salutare ogni tanto (da qualunque cosa), quanto perché, come argomenta, non sia possibile non tornare: a parlare, a esserci, a significare (o almeno crederlo), a far parte della piattaforma che “è”, da sola, a prescindere, con o senza di noi.

Grazie a McLuhan, noi nativi televisivi avevamo già perso l'innocenza. Tuttavia un pizzico di sgomenta tenerezza è comprensibile ancora adesso: dagli anni '60 a oggi la popolazione mondiale è semplicemente più che raddoppiata. 

fonte Wikipedia

Il narcisismo deluso è la faccia emotiva e tenera di un dato oggettivo contemporaneo ed eterno al tempo stesso: l'insignificanza. Siamo 7 miliardi, tanti come non mai, per di più in un mondo esploso perché sempre più connesso: dunque ancora più (individualmente) insignificanti.

L’insignificanza è angoscia e verità umana di sempre. Ogni epoca cerca i suoi trucchi per sfuggirne: linguaggi (strumenti, tecnologie... fino ai selfie e ai profili). Cosa fu la scrittura (la scrittura, non certo quel che scrivi) se non il tentativo di segnare una differenza, lasciare un segno, esserci, darsi significato? Tenera e ardita hybris, tentativo (quando egoico) inutile quanto inevitabile, di oltrepassare il fatto reale, il sostantivo di partenza di ogni capoverso.

L’insignificanza: quella di oggi, allargata a dismisura da miliardi di individui e connessioni, crea come propria sfida il suo nuovo linguaggio, non più lineare e sempre più simultaneo. Lui si mette a correre, esplodere e competere pensando di copiare le armi ubique al suo avversario per non annichilire. E di certo una certa significanza è in questo tentativo. Senza pretese se non quello di viverlo.

L’illusione, ieri come oggi, narciso o zambardino, di vincere davvero col sostantivo, ci specchia, ieri come oggi, in empatica e tenera impotenza.  

Ma prova ora un momento a sentirti flusso invece che individuo, a dimenticare l’ego, imperativo individuale (cristiano e occidentale, pre e post digitale), e a mettere l’unicità come parte nel tutto, e senti allora che la comunicazione scorre, collettiva, aperta, lei sì significante. Si fa numero, si fa energia, si fa movimento, si fa vita. Di cui semplicemente sei e puoi sentirti parte, aggiustandoti all'universa armonia. Ed è subito facebook ;)
"O uomo meschino, non pensare che questo universo sia fatto per te. Tu piuttosto sarai giusto se ti aggiusti all'universa natura e all'universa armonia" (Platone)
Il Medium è il Messaggio (1964)
Il Flusso è il Medium (2015)

Ebook e il suo futuro

Prospero's Books, Peter Greenaway
Titola Repubblica "Crollo delle vendite e riscoperta della carta: addio al lettore digitale", ma Fortune non è d'accordo. Chi ha ragione?
Il “crollo delle vendite degli ebook” raccontano una tendenza o solo un momento di stop?
E, nel caso, il problema è solo per come leggiamo i dati (se consideriamo solo i grandi editori o anche i selfpublisher)?

La prima confusione che fa la giornalista di Repubblica è: parlare di ebook e di digitale come fossero la stessa cosa. Il primo vediamo, il secondo tutto farà tranne che crollare ovviamente.
Allora parliamo proprio dell'ebook
Ecco, il fatto è che l'ebook e’ un non-sense.
In futuro si leggerà (e non solo: scriverà, guarderà, giocherà ecc. - perché ipermediale significa differenti media simultanei + non linearità) sempre di più digitale, su questo non c'è dubbio. Ma è proprio il libro elettronico ad essere un archeomodernismo: un po’ come agli esordi della televisione (e prima ancora del cinema) quando si faceva “teatro” con la telecamera e macchina da presa
Cioè l'errore è prendere una forma artistica legata a un preciso (e forte, strutturato, importante linguaggio) e pensare che questa stessa forma artistica possa essere trasportata su un altro linguaggio (completamente differente) e funzionare. Un errore naturale all'inizio, ma che poi non funziona. Come non ha funzionato allora, e quindi il cinema ha preso a fare cinema e la tv idem (più punti di vista con più camere, movimento delle camere, montaggio, ecc), allontanandosi dal teatro e “specificando” con il proprio linguaggio, le proprie “forme” e strutture, così farà il digitale. 
Non libri elettronici, cioè sostantivo vecchio e aggettivo nuovo, ma direttamente ipermedia: cioè forme di fruizione del sapere, della comunicazione e del divertimento che avvengono su più media simultaneamente e con una sintassi non lineare ma fatta per link (e non da pagina uno a pagina due). Ovvero il contrario di un libro.
Il libro come tale resta alla carta, come le pièces restano a teatro. Per nicchie di pubblico precise. E incantevoli.
Ma la lettura, il sapere, la conoscenza, la visione… prendono, insieme a un nuovo linguaggio, altre forme, nuovi contenitori. 
Il digitale è una rivoluzione totale, un nuovo linguaggio che partorirà nuove strutture (e poteri), e vivrà ancora a lungo, con buona pace di certi articolisti. Ma sul LIBRO digitale io non investirei troppi soldi, perché questa rivoluzione inventerà le sue forme.

Mela Ubiqua

Mela Ubiqua.
Trittico del moderno, post moderno, contemporaneo
Il Giardino delle delizie. Trittico di Hieronumus Bosch

Moderno: misurazione, catalogazione, rappresentazione, analisi, sequenzialità. Il “tutto indistinto e simultaneo” si frammenta e si mette in fila, per poter essere capito. Così, poco per volta, analisi dopo analisi, la materia diventa  riducibile a informazione.

Post moderno: dematerializzazione, virtualità, cloud. Abbiamo rappresentato tutto, fino all’ultimo dettaglio, non è più necessario disegnare mappe, possiamo muoverci direttamente dentro alla simulazione di realtà. Il tempo non è più ordine necessario a capire, ci liberiamo dalla sequenza, strumento fedele e alfabetico, pre quantico. Capire resta un gioco antico, un’enigmistica estiva, una nostalgia vintage. Faust ha fatto sua l’onniscienza, che è quasi onnipotenza, ma quasi.  

Contemporaneo: Entanglement, Ubiquità, Simultaneità. Senza il tempo, la scansione lineare e sequenziale, l’ordine delle cose, possiamo tornare a essere ovunque contemporaneamente, non dentro una rappresentazione, nemmeno virtuale, basta fare a meno della logica, dell’ordine, strumenti di sapere saputo, e il distinto torna a essere il tutto che era, adesso però conosciuto, appartenuto, attraversato.
C’è da provare una vertigine dentro al corpo nel sentirsi tutto, non più solo parte. Ogni cosa appare aumentata e  accelerata. Invece era prima che avevamo diminuito e frammentato, per capire. Secondo me lo sappiamo fare. Se non ci lasciamo prendere dalla paura di questo cambiamento, possiamo accorgerci che le capacità di essere ubiqui ce l’avevamo già, molto molto tempo fa, quando Eva come Faust  le ha barattate per capire.


Adesso c’è  una mela che sappiamo riproducibile ennemila volte in ennemila mondi diversi possibili paralleli e simultanei. E non abbiamo bisogno di coglierla per saperlo. E sappiamo di essere anche noi esattamente come quella mela, dentro e fuori ogni paradiso terrestre reale immaginabile riproducibile simultaneo mobile desiderato. Rifiutarlo non sarebbe un peccato?

Multitasking

L’articolo del Corriere, titola Tutti i modi con cui il multitasking  ci rovina (davvero) il cervello, riportando uno studio del neuroscienziato Daniel J. Levitin.
In sintesi dice:
- il multitasking ci rendere meno efficienti
- per passare da un compito a un altro molto rapidamente paghiamo un alto costo cognitivo, poiché il cervello brucia combustibile più rapidamente, per questo nel fare multitasking ci sentiamo esausti
- questo ha come conseguenza ansia e stress.

Proviamo a chiederci: efficienti per cosa? potrebbe l'efficienza essere misurata su obiettivi che oggi sono cambiati?

Diceva McLuhan


Il mondo è profondamente cambiato in questi ultimi decenni: siamo diventati tanti, tantissimi, come mai prima


il sapere s’è moltiplicato come mai avremmo potuto pensare solo un secolo fa


non si erano mai verificati così tanti e differenti cambiamenti come nel mondo contemporaneo


Per questo c’è bisogno di un nuovo linguaggio, di un nuovo paradigma della conoscenza, di un nuovo modo di apprendere, selezionare, catalogare, memorizzare, usare
Perché tutto è diventato molto più grande, complesso e interconnesso rispetto a prima.
Per cui o impariamo a “ragionare” e apprendere in un modo nuovo, o non riusciremo a “comprendere” il nuovo mondo.

Pierce chiama abduttivo questo nuovo approccio, che segue quello deduttivo prima e induttivo poi.
Possiamo chiamarlo ipermediale, multitasking, multimediale e interattivo, digitale, simulato e non rappresentativo, di sicuro non sequenziale e invece fortemente simultaneo.

Il fatto è che tutto questo cambiamento costa molto, obbliga il nostro cervello a riformularsi, a riadattarsi, così come 5000 anni fa si è riadattato inventando la scrittura.
Per fortuna la nostra evoluzione consiste principalmente in questa grande capacità di adattamento.
Siamo le generazioni che attraversano questa “spaccatura”, e paghiamo di certo un alto costo cognitivo, ansia e stress non indifferenti. Ma non è un vezzo, una moda: è necessario. Anzi, inevitabile.
Piuttosto che resistere, sarà decisamente più emozionante tuffarsi.

Dopo Cinquemila anni si cambia (della Simultaneità e dei Big Data)


Perché la simultaneità (nel linguaggio ipermediale e nelle nuove tecnologie) è una cosa molto seria, un punto cardine di quest’epoca, una regola grammaticale base? 

Perché la simultaneità ci costringe ad abbandonare addirittura la linearità, la sequenzialità del pensiero e della scrittura, in una parola il nostro modo di comprendere e vivere, quello con cui abbiamo immaginato e governato il mondo ed il sapere negli ultimi 5 mila anni?

Se non leggiamo più da pagina uno a pagina due, ma saltiamo da un link a un altro, da un’azione a un’altra contemporaneamente, contemporaneamente facciamo e pensiamo cose differenti, su supporti diversi, con stimoli persone oggetti media differenti, nel modo che con angoscia qualcuno chiama frammentazione dell’attenzione… insomma, non riusciamo proprio a fare più una sola cosa per volta, ma il nostro pensiero e i nostri sensi passano da una all’altra senza intervalli, senza nemmeno più sapere e ricordarci perché siamo arrivati da qui a lì, talmente veloce, anzi, simultaneo è il passaggio da non poter essere archiviato, da non avere nemmeno più necessità di spiegazione alcuna, perché il processo di simultaneità diventa il nuovo paradigma dell’apprendimento, non più una anormalità da giustificare, il qui e lì uno stesso spazio…?

La spiegazione è semplice: 


“Il 10% di tutti gli esseri umani nati sono in vita in questo stesso momento”.



Popolazione (stimata) tra il 10000 a.C. e il 2000 d.C.
E’ evidente che se non impariamo a parlare, agire e capire tutto simultaneamente, non possiamo interagire, vivere tutti insieme

Non solo:
diceva Einstein che la simultaneità non si conserva nel passaggio da un riferimento ad un altro in moto rispetto al primo, insomma pure lei è relativa. Ovvero, per restare simultanei dobbiamo muoverci insieme al mondo che si muove, appunto, contemporaneamente.
I
l multitasking è davvero solo l’inizio.
Siamo entrati nel mondo che come altro poteva chiamarsi se non “contemporaneo”? 

Buona avventura J

Sorpassi

Mobile is the First Screen
People are spending more mins/day on mobile than television

Ci sono sorpassi che restano storici, sorpassi da brividi, che danno emozioni uniche, una sorta di vertigine. Perché?

Perché rappresentano il senso di qualcosa di impensabile fino ad allora. qualcosa che cambia, che da incredibile diventa realtà.

I sorpassi di Schwanz, quello di Bayliss a Monza, di Villneuve su Arnoux, di Valentino Rossi su Lorenzo. Ma non solo in pista. Anche nel settore tecnologico certi sorpassi hanno segnato la storia. Parlando di comunicazione, da Gutenberg in poi questi solchi sono stati tanti, solo nel nostro secolo: la radio sulla stampa, il cinema sul teatro, la tv sul cinema... Fino ad arrivare ai nostri tempi, a internet.

A raccontarli tutti ci vorrebbe Wikipedia (ovviamente) ma, solo per avvicinare la news del giorno, ricordo: nel 2012 Google superava Microsoft tra le società quotate in borsa (come a dire che il mondo dell'hardware/software veniva scavalcato da quello dei dati). Il business del mobile (device + servizi) raggiungeva il trilione di dollari (cifra traguardata prima di allora da soli tre mercati: automotive, difesa, food).

E oggi i dati diffusi da Percolate sono il racconto di un impero che cambia.
Il tempo speso su Internet dallo smartphone supera quello da desktop.
Si passa più tempo allo smartphone che davanti alla TV. 
L'impero economico fatto dal mondo social e smartphone supera quello delle major.


US Internet Usage is Primarily Via Mobile
Time Spent With the Internet, by Device, in US
Social + Mobile Co’s Trump Traditional Media
Market cap value of social + mobile companies compared to traditional media companies

Se volete divertirvi e provare altri brividi, ecco le altre 50 charts on the Future of Marketing and Technology
In alternativa, ci sono sempre i sorpassi della MotoGP, della Formula 1 o, per gli appassionati di cinema, del bel film di Dino Risi: a guardarli oggi sembrano quasi più rassicuranti ;)




In soli 20 anni

Internet Live Stats
Che ci piaccia o meno, che ce ne rendiamo conto o facciamo finta di no, abbiamo abbracciato una nuova tecnologia comunicativa.
Rivoluzioni analoghe nella diffusione del sapere sono state il cinema ma più ancora la stampa, una tecnologia della comunicazione che ha rivoluzionato la conoscenza e il mondo (leggi, potere, religione, scienza…).

Nemmeno la stampa però ha avuto una crescita così rapida in così poco tempo (ci sono voluti 100 anni per passare dai 30 mila libri pre-gutenberg ai 13 milioni del secolo successivo).

Sentirsi disorientati è normale. 

Prima ancora, alla nascita della scrittura stessa, che si affiancava al linguaggio orale, la paura colse Platone, che diceva questo della nuova tecnologia: “La scrittura è disumana, distrugge la memoria, è inerte e non può difendersi".


I nuovi linguaggi, al loro esordio, scontano sempre qualche resistenza ;)

Ma evitiamo il panico. Impariamo a conoscere tutte le opportunità che nuove tecnologie e linguaggi ci offrono. Cosa possiamo fare e come cambiare.
Non foss’altro perché è inevitabile.  

Quando eravamo uno sparuto 0,3% al mondo ad interessarci a internet, potevano avere un senso le critiche, i rifiuti, paure, resistenze, snobistiche prese di distanza, sottovalutazioni... Ma ora che quasi la metà del mondo comunica, conosce, impara, si confronta, gioca, cresce, vive con questo strumento, non sarà tempo di cambiare passo?

Anche i libri furono una tecnologia della conoscenza decisamente disruptive. Oggi sono considerati il baluardo a difesa della tradizione del sapere, dell'intelletto, di ciò che è buono e sano. Ma ci fu un tempo in cui furono loro ad essere messi al bando, censurati e vilipesi come astrusa modernità, fonte di perdizione e pericoli.

La conoscenza, per fortuna, ha i suoi percorsi e usa gli strumenti che può, senza spocchia alcuna, come un fiume che inevitabilmente deve arrivare al mare, prende tutte le strade che trova: oralità, scrittura, stampa, cinema, hypermedia.

Il 16% della popolazione mondiale è ancora analfabeta. Così come riteniamo l'alfabetizzazione indispensabile per il raggiungimento di obiettivi quali l'eliminazione della povertà, la riduzione della mortalità infantile e della crescita della popolazione, il raggiungimento dell'uguaglianza di genere e la garanzia di uno sviluppo sostenibile, della pace e della democrazia; per le stesse ragioni dobbiamo cercare di vincere l'analfabetismo digitale, perché quello che passa attraverso i linguaggi è la conoscenza e questa, a quanto pare, è ancora la cosa che più di ogni altra ci rende liberi, per quanto possibile, liberi e umani.

LO SWITCH-OFF E IL BALLO DELLA STEPPA


Passare tutti al digitale, abbandonare l’analogico. E farlo per legge, non più se, come e quando mi va, accettando supinamente le resistenze di tutti quelli che “non mi interessa, non mi riguarda, non mi piace”.
Stabilire una data, come si è fatto per la tv digitale, e arrivare a spegnere, nelle pubbliche amministrazioni, i processi che avvengono in analogico. I servizi dello stato, tutti quelli che la tecnologia consente di fare, diventano digitali. Nel frattempo, ci si prepari per lo SWITCH OFF: alfabetizzando i cittadini al nuovo linguaggio e ai nuovi strumenti.

Nell’impresa: l’83% delle aziende fallite lo scorso anno non aveva un sito web. Solo il 4% delle imprese italiane vende online. Le sperimentazioni di connessione a banda larga hanno portato ad aumenti sul volume d’affari del 19% ma solo alle imprese con titolari digitalmente alfabetizzati.
Gli anni in cui l’Italia ha visto decrescere il Pil coincidono perfettamente con quelli in cui ha aumentato il gap con gli altri paesi rispetto alla digitalizzazione. Sarà certamente un caso!


Nella Pubblica Amministrazione: per servizi on line offerti dall’amministrazione questo paese è in linea con gli altri europei, ma nell’uso che i cittadini fanno di questi servizi, siamo a livelli bassissimi. Interoperabilità della PA, dati aperti ma connessi e soprattutto maggiore attenzione alla user experience, all’interaction design (vi ricordate quando 20 anni fa si parlava di architettura della navigazione?) e ai servizi più friendly; basta con siti bizantini e servizi on line complicati, assurdi, barocchi, a prova di nerd informatici e ingegneri della complicazione, invece che di comunicatori e normali cittadini.

Così da arrivare presto allo Switch off.
Aziende, amministrazione, cittadini: ce la faremo?
O lo switchoff finirà per essere l’ennesimo ballo nella steppa in versione italica?

Big Data e la Mappa dell'Impero


Il futuro è una grande mappa tridimensionale della città, interattiva e che muta secondo per secondo” immagina Peter Marx, nuovo Chief Innovation Technology Officer di Los Angeles. 

In un recente articolo di Repubblica, si p
arla di
Smart cities, BigDataOpenData e di quanto, dalle amministrazioni pubbliche, ai cittadini, alle imprese, potrebbero giovarsi di tante informazioni oggi conosciute, se fossero tutte facilmente accessibili.

E se ne parla sempre troppo poco, forse non comprendendo bene che questa sì è una vera rivoluzione.

Non solo perché i dati che vengono prodotti e raccolti sono tanti, perché la sfida è quella di riuscire a mettere insieme questo grande volume, varietà e velocità di informazione, perché



perché, come dice
Al Gore in The Future, non abbiamo mai fatto esperienza di così tanti rivoluzionari cambiamenti avvenuti simultaneamente


perché succede che, quando il mondo si fa molto complesso, causa il maggiore, frequente e sempre più veloce contatto tra popoli e terre, nasce il bisogno di comprendere e governare nuove realtà. E lo strumento che abbiamo per farlo è un linguaggio. 

Il linguaggio, rappresentando la realtà, ci permette di organizzarla, comprenderla, memorizzarla, gestirla. O almeno provarci. Per scongiurare l’angoscia del rischio, dell’imprevisto, 
dell’Altro, dell’ignoto. 
L’essere umano con i linguaggi fa questo: costruisce con le proprie mani un universo che rappresenta quello che lui non ha creato, in questo facendosi dio, e nel rappresentare questo doppio, da lui creato, fissandone regole grammatiche sintassi, sente di tenerne il controllo dell’uno e, in qualche modo, così facendo dell’altro.

Ma succede che il mondo è vivo e, siccome la vita si evolve, ogni volta quello si fa più complesso, le interazioni accelerano, nuovi spazi-tempi impongono differenti sistemi di prossimità, i vecchi linguaggi non sono più sufficienti a rappresentare il nuovo mondo. E nasce l’esigenza di trovarne di nuovi: è avvenuto così alla nascita dell’immagine, della scrittura, della matematica… fino al cinema.

Oggi, ancora una volta, tutti i linguaggi che abbiamo inventato restano impotenti a descrivere le nuove realtà, c’è bisogno di ridisegnare una mappa ancora più dettagliata, che tenga conto di tutti i saperi e le informazioni che abbiamo, e sono tante, veloci, di diversa natura, simultanee e interattive. E’ così che nasce il nuovo linguaggio, insieme al mondo che si moltiplica. E’ il linguaggio ipermediale, fatto di multimedialità + interattività. E’ quello che usiamo su internet ma non solo. 

Perché è un linguaggio che i più visionari avevano cominciato a immaginare, a sentire necessario, a creare – questo sì predittivamente – molto tempo prima che lo strumento tecnico (internet) esistesse, oltre un secolo fa.

Ecco cosa diceva Jorge Louis Borges nel 1935 e nel 1954. 


E Lewis Carrol nel 1893.


Ora, pensiamo a Google Earth. E alle Smart cities, ai Big Data, agli Open Data. Il futuro che pareva avveniristico è già presente.
C’è tutto un passato che ce l’ha detto, ci ha preparato e avvertito. Un passato che ne aveva paura, curiosità, sgomento: come sempre fa l’ignoto.

Ma abbiamo avuto un secolo abbondante per prepararci, tutta un’arte – quella del 900, che ha rotto la gerarchia formale, temporale, sequenziale, che ha fatto forza da ogni lato verso direzioni in vario modo non più ordinate e prefissate, ma interattive, fino a esplodere in mille frammenti.

Un rinnovato BigBang
che porta a creare nuovi mondi, nuove mappe.
Cosa aspettiamo ancora, a parlare di futuro quando tutto questo è già presente? 

Andare nei deserti dell'ovest, abitati da animali e mendichi, dove giacciono lacerate rovine di una mappa già immaginata nel passato e, ora che ne abbiamo linguaggio e mezzi, disegniamola davvero la nuova mappa, una mappa che rappresenti il nuovo mondo, il nostro