Perché facciamo selfie?


Il 2020 inizia benissimo: con una bella rivista online, un blog collettivo, che vede tra i fondatori un caro, vecchio amico Andrea Cortellessa: si chiama Antinomie e l'obiettivo è tenere traccia delle forme di scrittura che hanno posto al cuore della propria pratica il rapporto tra la parola e le immagini
Bel progetto, con già tanti e interessantissimi spunti, dategli un'occhiata!

Non sono tuttavia affatto d’accordo con l’analisi di questo articolo:
Dacci oggi la nostra immagine quotidiana di Federico Ferrari.

Spiego perché, e soprattutto perché - secondo me - facciamo tanti selfie.

Spiegare i selfie (e i selfiefood) con la riduzione dell’esistenza al suo aspetto scopico, la smaterializzazione del reale, la necessità di condivisione, la solitudine ontologica, l’estraneazione, la perdita dell’aura della vita, della sua unicità, il tentativo estremo di comunione e di salvezza impossibile... tutte categorie già ‘masticate’ nel 900, quando il selfie non esisteva, mi pare non cogliere il punto.

La dislocazione, l’essere nella rete infinita dei rimandi, delle condivisioni, che avvengono in un mondo privo di materia, di tempo e fatto solo di immagini... invece si avvicinano di più alle caratteristiche del nuovo linguaggio digitale di cui i selfie sono nipoti. Ma mancano ancora di un aspetto importante secondo me: poiché dislocazione, rete, virtuale non sono specifiche del selfie, ma del digitale appunto.

Cosa dunque porta così tante persone a questo irrefrenabile bisogno di immortalarsi davanti a tutto (anche al più basico dei momenti e bisogni, il cibo) e a diffondere selfie il più possibile?

A parer mio: il bisogno di contrastare l’insignificanza.
La grande rivoluzione demografica e tecnologica che ha improvvisamente, da una parte, moltiplicato il numero degli esseri umani (in un modo sconosciuto, per dimensione e rapidità, a tutta la storia del genere umano), dall’altra la possibilità di connessioni tra di essi, cosa che allarga ancora più a dismisura l’habitat di ciascuno. Un habitat in cui, da personaggi se non protagonisti (perché piccolo e circoscritto), siamo diventati meno che comparse.
Fotografarmi lì (non fotografare il lì, ma il me nel mondo, in ogni minima cosa) è testimoniare che ci sono, il segno che ci sono stata, che ho attraversato questo mondo, esattamente in quel punto, magari come altri 4 miliardi di persone (connesse su internet), ma intanto tra loro c’ero anche io, col mio piccolo, e sia pur miliardesimo di, significato, esistenza, inquadratura, taglio, filtro, hashtag.

Poi c'è il tema della simulazione. La nostra conoscenza, con il linguaggio digitale, avviene (e avverrà) sempre meno per 'rappresentazione', e sempre più per 'simulazione', ovvero sarà sempre meno raccontata, descritta, e sempre più immersiva. Il selfie ha questo: che non ti descrive quello che stava accadendo dal punto di vista di chi lo racconta, ma immerge direttamente l'autore (e, attraverso di lui, anche chi guarda) in ciò che stava accadendo.
Come scrisse Pierre Levy (già nel 1993):
"Il virtuale non è una rappresentazione del reale, ma la simulazione di un altro reale possibile".
E dobbiamo proprio cominciare a prepararci all'enorme quantità di mondi possibili che presto abiteremo simultaneamente (io vi ho avvisato 😀).

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